aghigi, ma che stai a dì
Sul lavoro, lo spirito dello zen è l’amore per il lavoro ben fatto, la concentrazione qui e ora sul compito da svolgere al meglio, senza egoismo, e il risultato è un surplus
ABZE
A volte penso che l’atto di offrire cibo sia una delle radici fondamentali di tutte le relazioni
Dalai Lama
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Eoghan McCabe

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Atse Tewodros Project è una iniziativa, coordinata dalla scrittirce e artista Gabriella Ghermandi, che crea una collaborazione musicale fra musicisti etiopi e italiani. Questo progetto ha come simbolo l’imperatore Tewodros (Teodoro II d’Etiopia), un uomo che, sebbene di origini non nobili, riuscì a raggiungere il trono tramite la volontà e il carisma, rompendo con secoli di consuetudini. Fu il primo imperatore che diede all’Etiopia la possibilità di modernizzarsi, rispettando comunque le proprie tradizioni.

In maniera simile, Atse Tewodros Project intende rispettare la musica tradizionale etiope, aprendosi al contempo al dialogo e allo scambio.

Le musiche composte ed eseguite all’interno del progetto sono pubblicate in un CD, di cui si possono ascoltare alcuni assaggi.

E’ anche possibile acquistarlo.
F: In Italia c'è rimasto qualcuno a sinistra?
M: In autostrada tantissimi
Non esiste la differenza tra vita online e vita offline, ma esiste quella tra dimensione privata e dimensione pubblica
The Egg

By: Andy Weir
Translation: Paolo Gianrossi

Stavi andando a casa quando sei morto.

É stato un incidente d’auto. Nulla di particolarmente eccitante, ma comunque fatale. Hai lasciato una moglie e due bambini. E’ stata una morte relativamente indolore. I medici del pronto soccorso hanno fatto il possibile. Non è servito. Per com’eri conciato, fidati. E’ meglio così.

Poi mi hai incontrato.

«Cos’è successo?», mi hai chiesto. «Dove sono?»

Te l’ho detto senza girarci tanto intorno: «sei morto». Non avrebbe tanto senso misurare le parole.

«C’era un furgone, scivolava…»

«Già»

«Sono… Sono morto?»

«Già. Ma non preoccuparti troppo. Muoiono tutti», ho detto io.

Ti sei guardato intorno. Non c’era altro che nulla. E poi solo io e te. Hai chiesto «che posto è questo? L’aldilà?»

«Più o meno»

«Sei Dio?»

Ti ho risposto «Sì. Sono Dio.»

«I bambini? Mia moglie?»

«I bambini e tua moglie cosa?»

«Se la caveranno?»

«Così mi piaci. Sei appena morto e ti preoccupi solo della tua famiglia. Ben fatto.»

Mi guardavi affascinato. Non ti sembravo un Dio. Sembravo solo un uomo. O forse una donna. Una vaga figura autoritaria, più la maestra dell’asilo che l’onnipotente.

Ti ho detto «tranquillo, staranno bene. I tuoi bambini si ricorderanno di te come una specie di essere perfetto. Non hanno avuto il tempo di scoprire i tuoi difetti. Tua moglie sta piangendo, ma in realtà dentro di sé è sollevata. Diciamocelo, il tuo matrimonio stava andando a pezzi. Se ti può consolare, si sentirà orrendamente in colpa di sentirsi sollevata.»

Hai detto «Oh», e poi «E adesso che succede? Vado all’inferno, in paradiso o dove?»

«Nessuna delle due cose. Sarai reincarnato.»

«Ah, allora gli Hindu avevano ragione»

Ho detto «tutte le religioni hanno ragione, in un certo senso. Cammina con me.»

Mi hai seguito mentre passeggiavamo nel vuoto nulla. «Dove andiamo?»

«Da nessuna parte. E’ che mi piace camminare mentre chiacchero»

Mi hai chiesto «ma allora, come funziona? Quando rinascerò sarà tutto cancellato no? Un neonato. Tutta la mia esperienza e tutto il resto che ho fatto in questa vita non importeranno più.»

Ti ho detto «sbagliato! Hai dentro di te tutta la conoscenza e l’esperienza di tutte le tue vite passate. E’ solo che ora non le ricordi.»

Mi sono fermato, e ti ho afferrato per le spalle. «La tua essenza è più magnificente, meravigliosa e grandiosa di quanto tu possa immaginare. Una mente umana può contenere solo una frazione minuscola di quel che sei. E’ come mettere il dito in un bicchiere di acqua per vedere se è calda o fredda. Metti un tuo pezzettino nel contenitore e quando lo tiri fuori hai imparato tutta l’esperienza che conteneva.

«Sei stato dentro a un umano per gli ultimi 48 anni. Per questo non ti sei ancora stiracchiato bene e non hai percepito la tua immensa coscienza. Se stessimo a perder tempo qui per abbastanza, inizieresti a ricordare tutto. Ma non serve a niente farlo tra una vita e l’altra.»

«Quante volte mi sono reincarnato allora?»

Ho detto «ah, moltissime. Più di moltissime. E in moltissime diverse vite. A questo giro sarai una contadina cinese del 540 dopo Cristo.»

Mi hai risposto quasi sconvolto «aspetta un attimo! Mi stai mandando indietro nel tempo?»

«Se la metti in questi termini, forse tecnicamente sì. Il tempo come lo intendi tu esiste solo nel tuo universo. Da dove vengo io funziona un po’ diversamente»

«E da dov’è che vieni tu?»

Ti ho spiegato che «beh di certo vengo da qualche posto. Qualche altro posto. E ce ne sono altri, come me. So che vorresti sapere com’è laggiù. Ma fidati, non ci capiresti niente.»

Mi hai risposto deluso «oh. Ma aspetta un attimo. Se mi reincarno in altri posti e tempi, potrei aver interagito con me stesso, a un certo punto.»

«Certo, capita di continuo. Ma col fatto che nessuna delle due vite ha coscienza di altro che sé stessa, non te ne accorgi»

«E quindi che senso ha?»

Ti ho chiesto «sul serio? Mi stai seriamente chiedendo il senso della vita? Non ti sembra un po’ stereotipato?»

Hai insistito: «è una domanda ragionevole».

Ti ho guardato negli occhi. «Il senso della vita, il motivo per cui ho creato questo intero universo, è perché tu possa maturare»

«Vuoi dire l’uomo? Vuoi che l’umanità maturi?»

«No, solo tu. Questo universo l’ho fatto per te. Con ogni nuova vita cresci e maturi e diventi più grande e più intelligente.»

«Solo io? E tutti gli altri?»

«Non esiste nessun altro. In quest’universo ci siamo solo io e te»

Mi hai guardato strano «Ma tutta la gente del mondo…»

«Tutte te. Diverse incarnazioni di te.»

«Aspetta. Sono tutti!?»

«Ci stai arrivando», e mentre lo dicevo ti ho dato una pacca sulla spalla, per congratularmi con te.

«Sono ogni essere umano mai esistito?»

«E che mai esisterà, sì»

«Sono Abramo Lincoln?»

«E sei anche il suo assassino», ho aggiunto.

«Sono Hitler?», l’hai detto con un’espressione raccapricciata.

«E sei tutti i milioni di persone che ha ucciso»

«Sono Gesù?»

«E tutti i suoi seguaci»

Sei stato zitto.

Ti ho detto «tutte le volte che hai vittimizzato qualcuno, vittimizzavi te stesso. Ogni gesto carino che hai fatto l’hai fatto a te stesso. Ogni momento felice e ogni momento triste che ogni umano ha mai vissuto e mai vivrà, li hai vissuti tu.»

Ci hai pensato per un bel po’.

«Perché? Perché fare tutto questo?»

«Perché un giorno sarai come me. Perché è questo quello che sei. Uno della mia specie. Sei mio figlio.»

«Wow. Vuoi dire che sono un dio?», lo hai detto ma eri incredulo.

«No, non ancora. Sei un feto. Stai crescendo. Una volta che avrai vissuto ogni vita di ogni essere umano in ogni momento, sarai abbastanza grande da nascere»

«Quindi l’intero universo è solo…»

«Un uovo», ti ho detto. E poi ho aggiunto «è ora che tu vada.»

E ti ho mandato per la tua strada.

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Paolo S.
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Madonna, photo by Steven Meisel (1990)

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